mercoledì 30 novembre 2011

P'TIT

P'tit


Sembra così strano che sia già di nuovo dicembre, ma è così e Camilla è tornata all'attacco con un P'tit, perciò non ho scuse per autoescludermi anche quest'anno.

Non c'è nessuno come lei in grado di descrivere le cose in modo così diretto, poetico, giocoso e consapevole perciò mi avvalgo della facoltà del copiaincolla e aggiungo che cliccando sul link sotto il banner si arriva diretti al Flickr del progetto a cui hanno aderito più di cinquanta di volenterosi.

P’tit è un progetto di condivisione fotografica di questo blog (zeldawasawriter.com) e di Bastian Contrari.
Una foto al giorno per tutto dicembre. 31 foto che privilegino lo stupore e l’atmosfera delle cose che arredano i nostri giorni. Cose piccole: dettagli, sorrisi e calore. Non serve una particolare bravura fotografica, né mezzi super-professionali. Basta “qualcosa che scatti” e un occhio votato alla meraviglia dell’infinitesimale.



lunedì 28 novembre 2011

COSE DA FARE PER NON FARE MAI IL DECOUPAGE

Conto di chiuderla stasera, quindi da domani penserò a qualcosa di nuovo da fare. Certo ripartirò alla grande con le trecce e con gli errori, ma spero che la nonna Ninì venga in mio soccorso prima della fine dell'anno a dare un'aggiustata e a prendermi un po' in giro per la quantità di punti perduti. Speriamo.


domenica 27 novembre 2011

GIUSTO E INGIUSTO




La mamma di A. è preoccupata: suo figlio già a sette anni chiede scusa a destra e a manca, cosa succederà quando sarà più grande, si farà mettere i piedi in testa da tutti?
Questa preoccupazione mi preoccupa. A scuola le mie parole preferite sono grazie, perfavore e scusanonl’hofattoapposta ma a casa di alcuni bambini non sono la priorità. Quindi molti alunni, come A., vivono questa dissociazione spaventosa e non sanno bene cosa è giusto e cosa è sbagliato? Di chi si fidano? Delle maestre o dei genitori? Io stessa sarei combattuta se fossi qualcuno di loro.
Io in effetti non mi sento al di sopra dei loro genitori perché non sono uno dei loro genitori e anche perché non ho figli. Mi tocca mettermi in discussione ogni volta, anche davanti all’evidenza. 
Quando un bambino - e questo succede con una frequenza frequentissima - mi dice “maestra lui mi ha fatto questo”, mi viene istintivo chiedergli “secondo te lo ha fatto apposta?” e poi domandare “ma tu l’hai fatto apposta?” all’autore del fattaccio che ovviamente risponderà di no in ogni caso e quindi sarà costretto a chiedere scusa e di conseguenza l’altro, spiazzato, accetterà le scuse e i due, fatta la pace, impacchetteranno il litigio e saranno pronti a scartarne uno nuovo.
Ma io non so cosa è giusto e cosa è sbagliato, o meglio, non posso dire di saperlo. 
Mi soccorre ogni tanto rileggere un saggio di Jean-Luc Nancy che ha per titolo, appunto, Il giusto e l’ingiusto (Feltrinelli 2007).
Dice:
Gli adulti hanno il dovere di pensare a cosa è giusto, benché non possano mai sapere di cosa di tratta. Un adulto giusto di fronte a dei bambini non è un adulto che crede di sapere cosa è giusto: tu studierai matematica e cinese, tu indosserai jeans di questo o di quel colore e farai quel determinato mestiere - chi conosce la matematica e il cinese può fare molte cose. No, un adulto non può sapere cosa è giusto, perché non è qualcosa che si possa sapere. Eppure, deve sforzarsi di pensare meglio che può in una direzione che, in fondo, soltanto l’amore può indicargli. 
(...) Possiamo dire, dunque, che essere giusto non è pretendere di sapere cosa è giusto; essere giusto è è pensare che ci sia ancora più giusto da trovare o da comprendere; essere giusto è pensare che la giustizia è ancora da compiere, che essa può esigere ancora di più e andare ancora oltre. (pp. 27-28)
Grazie a questa e ad altre letture e soprattutto grazie ai miei genitori e ai miei insegnanti (dalle elementari alle medie al liceo fino all’università) posso uscire dal disagio che mi suscita la “preoccupazione del chiedere scusa a destra e a manca”.
C’è una sola cosa che è dovuta a ciascuno, dice Nancy: l’amore. Dopo l’amore il resto dunque è “solo” da gestire.
A casa di qualcuno il sapersi far valere viene prima del saper chiedere scusa: non è necessariamente in contraddizione con quello che viene insegnato a scuola. In ogni contesto ci sono esigenze diverse e secondo me è importante impararlo. Non vado a scuola con il rossetto scarlatto o con gli shorts strappati ma conciata così, finché il mio interno coscia reggerà, vado ai concerti al Circolo degli Artisti. 
All’inizio la “preoccupazione del chiedere scusa a destra e a manca” mi ha un po’ irritata. Mi sono sentita tradita e mi sono sentita impotente. Ma ora che ho razionalizzato penso a quanto sia importante la coerenza e quanto sarebbe stupido pensare che un bambino non possa comprendere certe contraddizioni anche meglio di un adulto semplicemente perché il bambino non si tira le menate quanto un adulto.
Detto questo, chiedere scusa è importante sempre e questo non significa non far valere la propria opinione ma farla valere in modo civile e senza conflittualità. E questo è quello che secondo me è giusto insegnare.







mercoledì 23 novembre 2011

domenica 20 novembre 2011

LINDA McCARTNEY PHOTOS AND HARMONIES

Ho i miei limiti. Davanti alle sue foto e alle foto di lei non trattengo l'ammirazione.
Tutto è cominciato con un cd uscito da uno dei pacchi che arrivano a casa da Amazon, Paul McCartney Archive Collection*. Era nello stereo e suonava, mi piaceva, l'ho prelevato dalla zona ascolto (dove Luca mette i cd "in ascolto", appoggiati di faccia) e ho visto la copertina:


Il resto, oltre l'ascolto, cioè le foto nel booklet scattate dalla moglie Linda, è stato amore a prima vista. Questo è fare fotografia come piace a me, è così che mi vorrei saper ricopiare il modo con la macchina fotografica. E poi mi identifico in questa idea di mondo così intima e quotidiana e allo stesso tempo condivisibile con tutti, come se fosse implicito che la bellezza condivisa è bellezza elevata al cubo e non solo per esibizionismo e compiacenza. La bellezza condivisa, anche se è solo la propria personale visione della bellezza, si aggiunge a quella degli altri e rende tutto più estetico in un circolo virtuoso di scambi di idee e di ammirazione reciproca. Un feedback continuo e rispettoso, positivo, costruttivo e in evoluzione. Questa è anche la mia idea di progresso.
Ora aspetto solo che Qualcuno mi regali il libro di fotografie di Linda McCartney, tanto per avere un oggetto in più che mi gira per casa, visto che ormai quegli scatti li conosco a memoria e influenzeranno per un bel po' la mia scrausa arte fotografica.

Photos and harmonies by Linda McCartney 
(from Tumblr)




*update
Dalla regia mi dicono che sono stata imprecisa: il titolo dell'album è Paul McCartney. "Archive collection" è il nome della collezione di ristampe.
















sabato 19 novembre 2011

VERSACE FOR H&M

Mentre un paio di giorni fa molte ragazze si affannavano e si spingevano davanti a una vetrina per comprare capi improbabili disegnati da una famosa signora dallo stile coattissimo che non saranno mai in grado di abbinare in modo interessante, io mi avvicinavo al banchetto della terza B per acquistare questo favoloso cavallino azzurro (che comunque restituirò alla proprietaria. Valentina? Angelica? Come al solito ho dimenticato chi me l'ha venduto).

Direi che è una questione di scelte più che di gusto: il fatto che certe cose siano di cattivo gusto, in alcuni casi, non è opinabile.





lunedì 14 novembre 2011

IL LIBRO DELL'ATTESA


«Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante. Erano le uniche persone al mondo da cui aspettarsi che avessero a che fare con cose strane o misteriose, perché sciocchezze del genere proprio non le approvavano. 
Il Signor Dursley era direttore di una ditta di nome Grunnings, che fabbricava trapani. Era un uomo corpulento, nerboruto, quasi senza collo e con un grosso paio di baffi. La signora Dursley era magra, bionda e con un collo quasi due volte più lungo del normale, il che le tornava assai utile, dato che passava gran parte del tempo ad allungarlo oltre la siepe del giardino per spiare i vicini.»
«Nello scompartimento di prima classe, Gambalesta e il suo padrone si trovarono insieme ad un terzo viaggiatore. Era costui uno di quei signori col quale il signor Fogg aveva trascorso gran parte del suo viaggio a Bombay: cioè Sir Francis Cromarty, brigadiere generale che raggiungeva le sue truppe acquartierate presso Benares.
Sir Francis era alto, biondo, sulla cinquantina. Abitava in India fin dalla sua giovinezza e raramente tornava in patria.
La sua conversazione sarebbe stata molto interessante (egli conosceva tutti gli usi e costumi dell’India) se Phileas Foggsi fosse curato di ascoltarla. Ma a lui tutte queste cose non interessavano minimamente.»

Il primo è l’incipit del primo libro di Harry Potter, che non ho mai letto fino alla fine perché mi annoiavo. Mi scuso con gli appassionati del ragazzo, so che anche per coerenza con il lavoro che sto imparando a fare dovrei essermeli già benbevuti. Sto solo rimandando.
Il secondo pezzo è l’incipit del capito X del Giro del mondo in ottanta giorni.
Mi sono svegliata dunque con questo pensiero. Pensavo a tutti i libri per ragazzi che sono stati scritti e a quelli che ancora devono essere pubblicati. Pensavo agli alunni delle scuole di oggi e pensavo al libro dell’attesa.


Il libro dell’attesa è quel libro che resta sempre sotto il banco (nonostante Gina e Teresina vogliano i banchi sempre assolutamente sgombri per velocizzare le pulizie) e che viene letto nei momenti vuoti della mattina. Quando si deve aspettare che i compagni finiscano di fare un compito, quando la maestra interrompe la lezione per cinque minuti, quando si decide di dedicare del tempo alla lettura. Ognuno sceglie il proprio libro dell’attesa e così si crea una piccola biblioteca interna alla classe gestita come una biblioteca vera (con i cedolini di cartoncino fatti dai bambini) in cui i libri appartengono agli alunni stessi come se fossero una piccola comunità autogestita.
Il fatto è che i nuovi libri, Harry Potter per primo, sono più accattivanti e vicini al linguaggio e alla realtà degli alunni di oggi. Fare il paragone con un libro di Verne aumenta le distanze, forse dovrei usare La storia infinita o Momo, due bestsellers di allora le cui vendite furono paragonabili, in proporzione e contestualizzando, a quelle dei volumi della Rowling.
Allora mentre spennellavo la vernice-lavagna mi chiedevo se non rimarcare le distanze e sottolinearle, senza nascondere la realtà. Dire a questi sveglissimi e furbissimi alunni di oggi guardate come scriveva il Giulio, osservate le descrizioni, gli ambienti, i dialoghi, i nomi, i verbi, gli aggettivi e notate come sono diversi. Leggete la stessa ironia che voi usate tutti i giorni già nelle prime righe di Harry Potter.
Pensate al signor Grunnings che fabbricava trapani, pensate al signo Cromarty che faceva il brigadiere. Manco sapreste dire, magari, chi è un brigadiere mentre immaginare una fabbrica di trapani è uno scherzo!
E poi “nerboruto” è una parola nuova e difficile ma "acquartierare" è una parola vecchia e difficile, vogliamo mettere?!
Ho accostato due libri a caso estraendoli dalla libreria, uno tradotto dall’inglese e uno dal francese, uno pubblicato da una donna nel 2000 e l’altro da un uomo nel 1873.
Ma queste informazioni non interessano ai bambini. Loro dovrebbero imparare a leggere tutto sapendo che non tutto è vicino e accattivante e non tutto è scritto su misura per loro. Se no avremmo scaffali tappezzati da Geronimi Stilton profumati. 
Il libro dell’attesa di oggi potrebbe essere alternato al libro dell’attesa di ieri così, senza troppe paturnie, si crea una piccola consapevolezza latente nella lettura, una democratica capacità critica in miniatura e si contribuisce a tenere in vita una letteratura che piano piano sta sparendo spinta in fondo agli scaffali di scandalosi megastore del libro profumato.
Detto questo e tanto per non essere coerente vado a leggere l’ennesimo libro di Roth per sentirmi rassicurata e al calduccio nelle mie solite letture.

domenica 13 novembre 2011

ALE BY CECCO


LA LAVAGNA

Sono una lavagna-addicted, ovviamente. Sulla lavagna mi piace scrivere e disegnare. Mi piacciono i gessi colorati. Mi piace il lavoro che fa la mia mente quando scrivo: ragiona in negativo, ragiona in positivo, come fosse una pellicola. La lavagna nera e il gesso bianco, rosso, verde, la pagina del quaderno bianca e la penna nera, blu, rossa, verde. I gessi colorati, le matite colorate. Le linee quasi dritte, le linee fatte con il righello. Il cancellino e la gomma. I gessi nuovi e i moncherini. 

Stamattina il destino ha voluto che Coinquilino mi accompagnasse a comprare la vernice-lavagna, un barattolo magico che trasforma le superfici in lavagne, in vere lavagne. 
Basta prima passare un po' di cartavetrata, una mano di primer, aspettare quasi cinque ore e dare la prima mano di vernice-lavagna e poi altre quattro ore e dare la seconda mano.
In sostanza è una magia. Quello che ci si può fare, con questa cosa magica, è davvero tanto e ho un po' sfogliato Tumblr per farmi venire qualche idea applicabile magari a scuola.
Per la casa-corridoio ho già scelto: una tavola lunga due metri e larga quaranta centimetri appesa al muro come un quadro tutto nero: scrivibile e cancellabile all'infinito.
E a differenza di molti mi piace la lavagna quando è sporca, tutta a macchie bianche opache o a spirali fatte dal cancellino.




venerdì 11 novembre 2011

PULPITATIONS


Come nome avrei preferito "Le Palpitazioni" perché allude a quel gruppo, "Le Vibrazioni", che non ha combinato niente ma che ci ricordiamo tutti. Io mi ricordo una puntata del Festivalbar in cui il cantante, che non sembrava così sfigato come la musica che faceva, diceva "buone vibrazioni a tutti". Trash per trash fu una trovata originale. Poi è bello quando dal nome ci si aspetta una merdata e invece poi si ascolta buona musica. In questo caso, il nome avrebbe richiamato un gruppo sfigato e con lui tutta gente che lo ascolta: sarebbe stata una buona operazione pedagogica richiamare gente abituata male a sentire cose belle e magari qualche pecorella che aveva smarrito il gusto lo avrebbe ritrovato.
Invece pare che si chiameranno "Pulpitations", un sottile gioco di parole per dire che si tratta di un gruppo di cover delle colonne sonore dei film di Tarantino. Sappiamo che a Roma un gruppo così esiste già e infatti la piazza qui pare già presa, ma questo gruppo spigne, come si dice qui, perché mentre suona bene si diverte molto e perché ha due voci femminili. 
Poi perché sono tutti miei amici, alcuni molto molto amici.
E anche perché finalmente hanno messo da parte il vecchio repertorio che cominciava a infastidirmi sul serio.
Ieri sera in un angolo sperduto del Lazio hanno suonato per la prima volta dopo il restauro tarantiniano ed ecco qualche foto.












mercoledì 9 novembre 2011

NON GIOVANI NON FRESCHI MA SIMPATICI



Qualche settimana fa siamo stati invitati a un matrimonio. Ci siamo arrivati in condizioni così pietose che quando abbiamo visto la foto scattata dalla scrausissima fotografa che stalkerava gli invitati fuori dalla Chiesa non abbiamo resistito alla tentazione di comprarla ed esporla in casa per regalare un momento estetico ai nostri ospiti. La foto sopra è una delle poche che ho scattato a qualche invitato giovane e fresco, mentre noi... 
... eccoci:


La bellezza di questa foto, oltre ai due soggetti poco giovani e poco freschi, è dovuta alla tecnica usata: flash in un accecante mezzogiorno d'inizio autunno.

COMPETIZIONE

Sto per uscire, vado a spiegare le parole composte dopo aver diviso la classe in due squadre.

domenica 6 novembre 2011

MOLTA MOLTA VOGLIA DI RISFERRUZZARE


Che banalità. Piove e mi viene voglia di nonnizzarmi. 
Il risultato sarà la solita sciarpa circolare tutta a rovescio con i ferri 7 e con con buchi e nodi a segnalare il duro approssimativo lavoro. Peccato che sferruzzando non potrò guardare telefilm americani con i sottotitoli e mi dovrò accontentare di quelli doppiati. 
Le foto provengono da Tumblr.

















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