domenica 4 dicembre 2011

HANNAH ARENDT VS CHIUNQUE



Nell'ultimo periodo, rapita dal lavoro a scuola e soddisfatta di potermi schiaffare sul divano con stufa e coperta dopocena, ho avuto tempo da perdere per accanirmi a leggere il nuovo blog di un giovane di Peyton Place. Certe cose "mi attraggono e mi repellono nello stesso momento,  un po' come guardare Verissimo" (citando un blog che invece è esilarante)
Non mi interessa nominarlo né tuttavia imporre la mia opinione a chi legge (e da un po' di tempo arrivano qui davvero tante persone ogni giorno, incredibile), perciò se qualcuno fosse interessato a rischiare di farsi del male potrà incollare qualche sua perla di saggezza trascritta di seguito su Googlesearch e arriverà al blog e magari scoprirà il mondo interessante che io non vedo.

Ecco la parte finale del suo ultimo post, intriso di saggezza e consigli di vita:

Mi hanno detto spesso frasi tipo “non pensavo che…” o “credevo che tu fossi…”, ed ho pensato a tutti quelli che non me l’hanno mai detto semplicemente perché un’impressione li ha allontanati. Che io non abbia sentito grandi mancanze è un altro discorso. Il problema sta altrove. Il vero dramma del nostro sacrosanto ventunesimo secolo è “photoshop”, la possibilità di renderci belli senza esserlo, di apparire mettendo da parte l’essenza reale, che è più facile e molto meno faticoso. La fissa di rendersi migliori per ottenere e non per migliorare. Fingersi simpatico, dolce, interessato, corretto, per un giorno riesce a tutti, e quante persone puoi impressionare in quel giorno? Toglierti un neo con photoshop, addrizzarti il naso, ingrandire gli occhi è utilissimo quando in fotografia vuoi creare un’opera d’arte, non quando vuoi dimostrare chi sei a qualcuno. A meno che non si è preparati a fingere per tutta la vita. Io, giuro, non ce la faccio.

Di fatto la scrittura è qualcosa di personale e non è corretto giudicare, ma quando un libro entra in una libreria diventa anche un atto di responsabilità: se è scritto in italiano ci si aspetta di leggerlo in italiano. Lo dico da insegnante che fino a ora ha  sempre letto i libri da proporre agli alunni ma non escludo che mi capiterà di consigliare un libro senza averlo letto (perché no?).
In ogni modo questo modo di scrivere lo trovo abbastanza diseducativo. 
Lasciamo perdere che "ed ho" non si scrive perché la d non si pronuncia in quanto intralcia la lettura (e l'autore è noto per le sue presentazioni del libro con letture dal vivo), lasciamo perdere, come dice un mio amico, il fatto che tutta questa colloquialità nello scrivere sembra il giusto alibi per le gravi carenze sintattiche (magari è un alibi... inconscio), lasciamo perdere che il procedere elencativo ricorda un qualche libro di De Carlo del 97 e ormai lo usa solo Jovanotti, lasciamo perdere che l'opposizione verbale semplicistica l'ha abbandonata ormai anche Baglioni, lasciamo perdere che Photoshop è un nome proprio e va maiuscolo e lo sanno anche i miei alunni e non si spiega perché sia virgolettato, lasciamo perdere che anche Quintiliano si arrabbierebbe se leggesse certe domande retoriche messe in mezzo per rendere tutto inutilmente enfatico, lasciamo perdere che questa è la parte del post con meno errori grammaticali e sintattici, lasciamo perdere che nel resto del post compare più di una volta il pronome "sé" senza accento, e chi scrive dovrebbe sapere che si può scrivere senza accento solo nella locuzione "se stesso" (in base alla regola per cui i monosillabi con più significati devono sempre essere riconoscibili).

A parte il fatto che uno così ti costringe a essere elencativo a tua volta e quindi crea un circolo vizioso di MERDA.

A parte tutto ciò non resta che occuparsi dell'ipocrisia del contenuto e del fatto che per dire una cosa che secondo lui è etica lancia un messaggio assolutamente negativo del tipo: "se non siete buoni almeno non fingete di esserlo". 

Ma per fortuna mentre mi lavavo i denti, stamattina, mi sono ricordata di questo paragrafo di Vita Activa di Hannah Arendt che avevo sottolineato e mi sono sentita improvvisamente meglio, e rileggendolo sono stata ripagata del fastidio provato (masochistico, perché certo nessuno mi obbliga a leggere cose brutte).
Tutta la menata sull'esteriorità, sulla finzione, sull'ipocrisia, sul Photoshop può essere espressa dunque UNA VOLTA PER TUTTE così:

Agendo e parlando gli uomini mostrano chi sono, rivelano attivamente l'unicità della loro identità personale, e fanno così la loro apparizione nel mondo umano, mentre le loro identità fisiche appaiono senza alcuna attività da parte loro nella forma unica del corpo e nel suono della voce. Questo rivelarsi del "chi" qualcuno in contrasto con il "che cosa" - le sue qualità e capacità, i suoi talenti, i suoi difetti, che può esporre o tenere nascosti - è implicito in qualunque cosa egli dica o faccia. Si può nascondere "chi si è" solo nel completo silenzio e nella perfetta passività, ma la rivelazione dell'identità quasi mai è realizzata da un proposito intenzionale, come se si possedesse questo "chi" e si potesse disporne allo stesso modo in cui si possiedono le sue qualità e si può disporne. Al contrario è più che probabile che il "chi", che appare in modo così chiaro e inconfondibile agli occhi degli altri, rimanga nascosto alla persona stessa, come il daimōn della religione greca che accompagna ogni uomo per tutta la sua vita, sempre presente dietro le sue spalle e quindi visibile a quelli con cui egli ha dei rapporti.
(H. Arendt, Vita Activa - La condizione umana, Bompiani, Bergamo 2009, pp. 130-131)




Mi sono fatta fotografare per vedere il mio daimōn ma non si vede. Sono dell'idea, però, che il mio daimōn, così come il mio "chi", sia abbastanza stupido.





8 commenti:

  1. Beh, Lei conosceva molto bene l'essere umano e i suoi(nostri) brutti difetti!
    Grazie per avermi fatto ricordare le sue letture...magari vado a riprenderle!

    Belli i tuoi cagnoloni! ;)

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  2. È vero, ma aveva una visione così dall'alto da essere comunque lontana dal pregiudicare, secondo me!

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  3. ooohhh!!! finalmente! non sono l'unica che si incazza quando vede una frase mal scritta!!!

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  4. Si gioca a chi è bravo e non da peso alla cosa, e chi vorrebbe essere bravo, limitato però al copiare chi bravo lo è. Alcuni recitano così bene da essere anche più credibili dei primi.
    Credo sia abbastanza definibile, volendo, il proprio apparire, se si ha la testa necessaria. Siamo abituati alla nostra voce, la sentiamo ma non la ascoltiamo, non riflettiamo mai sul come sia realmente percepita, sulle sue sfumature e sui suoi toni. Bisogna essere un po' attori.

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  5. Molta soggezione.
    A me è venuta in mente questa di Proust, in realtà coincidenza l'ho letta ieri sera: "Lavoriamo di continuo a dare una forma alla nostra vita, ma nel farlo copiamo senza volerlo, come si copia un disegno, i tratti della persona che siamo, e non di quella che ci piacerebbe essere".
    Parallelismo, conclusione, un volo pindarico? Tant'è.

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  6. Il copiare non c'entra. È peggio l'ignorare perché copiare le idee implica la conoscenza e in ogni modo il risultato è sempre una cosa nuova!

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