lunedì 9 gennaio 2012

IL LODEN SECONDO FRANCA SOZZANI





Tutto rientra nel mio recente passatempo un po' forzato dalla lunga influenza che mi ha bloccata in casa per diecimila giorni.
Oltretutto erano anni che non passavo tanti giorni di fila, in inverno, a casa mia a Brescia e stando là ho riscoperto le mie passioni invernali. Il negozio di Piazza Duomo è un vero e proprio covo della lana e se non mi fossi ammalata da un giorno all'altro mi sarei preparata un arsenale più vasto per le mie serate peytoniane. In ogni modo dovrei essere a posto per un po'.

Certo se avessi un po' di spazio a disposizione potrei sbizzarrirmi di più, ottenendo tante schifezze creative, magari proprio con tessuti come il loden che la Sozzani, non a caso, tira fuori proprio oggi dal cassetto degli evergreen.

Ecco l'articolo davvero interessante, dedicato a tutti quelli che leggono l'etichetta quando acquistano un capo d'abbigliamento.


Alla radice: lodo, che in un arcaico tedesco si traduce in "balla di lana", e che noi ripensiamo come tessuto grezzo. Di fatto, il loden è un tessuto di lana, località d’origine Tirolo e Alto Adige, prodotto dai contadini che lo filavano e tessevano nei loro masi, fin dal Medioevo. 
Di quel panno di colore grigiastro, come la lana grezza delle loro pecore, si hanno tracce di utilizzo sino al XI secolo, come testimonia il piccolo museo sul loden, a Vandoies.

Diventa invece, e per sempre, un tessuto di moda, quando la fabbrica Möessmer, fondata nel 1882, con l'aggiunta di lana merinos, ne confeziona uno bianco, formato mantello, per l'imperatore Francesco Giuseppe: da panno di contadini si posiziona come tessuto base per abiti da caccia e montagna, precisamente per la nobiltà austroungarica.
L’Imperatore Francesco Giuseppe lo introduce nella corte imperiale di Vienna, e da allora, sempre più ricercato e pregiato, viene richiesto dai nobili di tutta Europa come materiale fondamentale per i più eleganti capi invernali.
La consacrazione industriale porta a Brunico, in Val Pusteria, nella cittadina dolomitica dove il contadino Joseph Beikirken, con l'idea di fondare la fabbrica insieme al lanificio Moessmer, capisce la rivoluzione nell'abbigliamento di fine Ottocento, e ne veste parte del cambiamento. 
In quanto a colori, partiti dal grigio della lana grezza, il tessuto resistente e ruvido, intenzionalmente infeltrito, e dunque impermeabilissimo, si tinge prima di rosso, di bianco e di nero, e solo a fine ‘800, per mimetismo nelle battute di caccia, assume ilcelebre tono verde foresta.
Sono di allora mantelle e cappotti col piegone sulla schiena (modello Ubertus, dal santo protettore dei cacciatori) ancora attuali, erano in loden i capi nella dote delle ragazze, sono in corno di cervo i bottoni originari e caratteristici, e ancora oggi il panno dei pastori non manca nei guardaroba più eleganti.

In era moderna, pseudo contemporanea, è soprattutto negli anni ‘70 che il cappotto in loden ha gloriosamente imperato, fra mantelle e soprabiti di tendenza. In quel decennio la moda ne ha fatto incetta, declinandolo in molteplici versioni, senza trascurare gonne e pantaloni.
In seguito, e a partire da quegli impegnati ’70, il loden è assurto a simbolo intellettuale, vissuto come un capo di sinistra, da professore universitario, avvocato di successo appositamente sobrio nel vestire, insomma il verde ha preso una deriva molto radical chic. Parallelamente, la sua versione più jet set, posizionata tra le montagne, o nelle capitali hot. Cappotti variopinti, che portavano i colori dell'era hippie sessantottina, e la sperimentazione dei tessuti dei primi anni '70, vestono creature della notte, night clubbers che si spostano tra Parigi e Berlino, icone di riferimento Rudolf Nureyev e Helmut Berger, protagonisti anche di straordinarie serate al Palace - lo stile tra Ludwig e Gunther Sachs – tra le nevi di Saint Moritz. 

In ogni caso, il cappotto di loden resta un evergreen, uno dei veri capi senza tempo, capace di conservare, fra le trame del proprio tessuto, i colori dei prati di Woodstock insiem all’avanguardismo modaiolo, senza togliersi mai di dosso un deciso sapore settentesco, che sottintende la caccia come stile di vita.



Loden cabinet de curiosité
Loden. titolo di un racconto di Thomas Bernhard in cui si narrano le ossessioni del commerciante Humer, personaggio  caratterizzato dal un cappotto in panno verde, gli occhielli ricoperti di pelle di capretto nera. 
Perl loden. tipologia utilizzata per pantaloni resistenti agli strappi, indossati nel 1909 dai fratelli Steiner durante la prima ascesa della parete sud del Dachstein. La stoffa, che fu in grado di proteggerli dai bordi taglienti delle rocce, proveniva dalla follatrice di proprietà della famiglia Steiner. Una trama slegata in lana che crea il compatto Perl-Loden, grazie alla semplice aggiunta di acqua calda e sapone (da 400 a 1.000 grammi di pura lana vergine per metro: il tessuto si infeltrisce e si ristringe di circa due terzi rispetto alla lunghezza originaria).

Schladminger Rock. Giacca da uomo con bottoni in corno di cervo e caratteristici risvolti e altrettanto caratteristiche pistagne di colore verde,  indumento di tre chili, che proviene ancora oggi dall’allevamento di pecore sul Dachstein.

Accanto a un abbigliamento di tipo funzionale, la Steiner progetta e produce tessuti Loden leggeri come la seta e versatili, richiesti da case di moda come Yves Saint Laurent, Gucci e Dolce & Gabbana, come pure dai brand sportivi Nike e Adidas. Per uso domestico sono state invece concepite le coperte, colorate e combinate a cashmere, lana merino, alpaca e angora.  


Inverno 1964. Di formato stretto e lunghezza oltre il ginocchio(quindi in anticipo sui Settanta) i cappotti con cintura in lana e in loden, mono o doppiopetto, comunque con grandi revers, disegnati da Emmanuelle Khanh, per conto di Pierre d’Alby.  



Inverno 1973. Sui marciapiedi di Parigi, un’ampia mantella verde foresta accompagna pantaloni a zampa e giacca con berretto di lana a quadretti, gli stessi, la modella accanto veste lo stesso tessuto in color corteccia d’albero, il cappotto è lungo e stretto da una cintura, come da Yves Saint Laurent  Couture ..




Estate 1986. In lana loden il pantalone Yves Saint Laurent indossato dalla modella Tatjana, affacciata da una finestra dell’Hotel Carlton, siamo sotto il sole di Cannes.

Inverno 2011.E’ Peter Dundas, stilista norvegese a capo del Puccipensiero, a rievocare glamour austriaco, castelli di Sissi e favole dei fratelli Grimm, tra corsetti strizzati con fiocchi, loden, flanelle e velluti. Colori e ricami che impreziosiscono lo sprone di un cappotto, il velo trasparente di un abito, i revers di una giacca, trame-tinte-stampe verde loden, giallo ocra, bordeaux, magenta, verde foresta e verde turchese. Molto Settanta, l’uso di panno di lana, velluto, maglia e flanella, e maxi lunghezze. 
  
Campagna Fendi d’ispirazione fauve, con tele e pennelli che omaggiano lo studio di Theodorus Maria Van Dongen. La bionda Anja Rubik diventa un'enigmatica bruna sotto l’obiettivo di Karl Lagerfeld, e indossa trench reinterpretati,  dettagli a tinte vivaci su basi tweed e verde loden, borse retrò. Le ruches come fil rouge: in loden. In loden anche i completi, i cappotti mischiano loden a coccodrillo, tessuto tecnico e tweed.


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